di Roberto Kufahl

Dato che anch'io sono lettore, direi che più il lettore problematizza la realtà descritta più riesce a conoscerla, e più la confronta con quella vissuta più si convince di alcune parti. Provo a non essere criptico (rinuncio a mie annotazioni fatte a suo tempo su "Habermas e Marx"), non rinuncio a brevi citazioni, perché sono mine d'intuizione inesplose che, esplodendo, possono contaminare. Cenni alla comunicazione e tanta carne al fuoco: vedo di passare la colpa allo stesso Habermas, che alla fine della sua teoria ammette "un primato evolutivo dell'economia: sono i problemi di questo sottosistema a determinare la via di sviluppo della società nel suo complesso". Io l'ho messo in riferimento alla produzione e a parziale confronto con Marazzi, perché non si può facilmente oltrepassare il fantasma di Marx, anzi sono con Niklas Luhmann che considera il marxismo dottrina epistemologicamente elementare. A parte la domanda sulla "coppia", risolta da Marco Soldini, non saprei cosa spiegare in esteso: ci vorrebbero contributi a puntate e la redazione mi fulminerebbe.

Habermas sostiene che la teoria marxiana del valore di scambio è insufficiente a spiegare il complesso dei rapporti sociali, perché all'infuori dell'interpretazione economicistica la razionalità ha fatto evolvere processi, come scienza e cultura, a lato della classica produzione di merci. Per capire la società è obsoleto l'approccio della teoria della coscienza di classe, essendo il conflitto sociale "istituzionalizzato e quindi bloccato". Questa posizione è stata dibattuta da ambiti marxisti tedeschi; tra gli oppositori, già alla fine degli anni Sessanta, Hans Jürgen Krahl. Secondo questi - la cui critica è per me valida - Habermas riduce il concetto di produzione di Marx e vi toglie le categorie della circolazione, distribuzione e consumo, cioè lascia a Marx la sola produzione in senso stretto (che è il regno dell'agire strumentale). Habermas si occupa poi di altre sfere (scienza, cultura, diritto, morale, arte), in cui è indubbio che l'agire comunicativo ottiene un determinato successo. Ma la sua conclusione, tipica del sapiente che sa ben celare la smania di comporre una teoria generale, è sorprendente: "La teoria dell'agire comunicativo deve offrire un'alternativa alla teoria della storia divenuta insostenibile, alla quale era ancora legata la vecchia teoria critica. Essa si offre come quadro all'interno del quale può essere ripresa la ricerca interdisciplinare del modello selettivo della modernizzazione capitalistica". Ecco dunque l'alternativa che dissolve il capitale.

La mia ipotesi perfida è che Habermas, abitatore di sedi accademiche, costruisce una teoria comunicativa che appartiene di più al campo della psicologìa, avendo paura di intrattenersi con i contenuti materiali e oggettuali della produzione: egli la rimuove e la risolve col sistema delle sue interazioni.

L'ideologia del capitalismo ha sempre castigato l'ingiustizia sociale ed esaltato la libertà individuale, oggi riesce quasi a proporre la produzione di merci attraverso le merci senza che l'uomo ci metta le mani, riesce a presentare la buona società dell'intesa, riesce a incanalare quasi tutto nella comunicazione. Ci viene fatto pensare che non si deve più portare la pelle al mercato, che si fa la libera scelta professionale, che si può negoziare da pari a pari. Ma all'apparente messa al margine della produzione fa riscontro l'assolutizzazione dell'economico, la colonizzazione capitalistica di ogni ambito, rispettivamente l'ossessione dell'utile, la tensione a monetizzare in tutte le sfere di attività e anche nella vita privata. Consiglio di leggere Vanni Codeluppi (Il biocapitalismo. Verso lo sfruttamento integrale di corpi, cervelli ed emozioni).

E così tutti - ma questo tutti non meriterebbe forse le virgolette? - si chiedono che cos'è il plusvalore, il profitto, la causa della crisi, il fine della crescita, eccetera… Per tornare a Marazzi, che non teme il lato empirico della ricerca, egli ci spiega che perfino il linguaggio è un diretto ed efficace mezzo di produzione, che il linguaggio del nuovo modo di lavorare rispecchia l'interesse economico che pervade il corpo sociale intero, che la monetizzazione del plusvalore si basa a modo di credito su una forma di "polizza su lavoro futuro, come veicolo di salarizzazione di nuovo lavoro. Meglio ancora: come denaro che comanda il lavoro vivo, il valore d'uso della forza lavoro" (Capitale & linguaggio).

 

 

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