di Roberto Kufahl

E' stata un tema sociologico quando, nel trentennio del dopoguerra, la comunicazione stessa dava in ogni dove chiari segni di crescita esponenziale, fino poi ad evolvere nel trentennio successivo a modo di vivere le relazioni personali, sociali e produttive che ha raggiunto l'imprescindibile. Jürgen Habermas, virtuoso intellettuale tedesco, ha scritto la lunga Teoria dell'agire comunicativo, nella quale vela l'agire strumentale e premia l'agire comunicativo lungo "l'atteggiamento performativo dei partecipanti all'interazione, che coordinano i loro piani di azione, intendendosi reciprocamente su qualcosa nel mondo". La rilevanza politica dell'autore è che il suo sistema è stato più che legittimato dal pensiero neoliberale, che a sua volta ha contaminato le politiche delle sinistre parlamentari e governative. Habermas quale esca per un'interpretazione del capitalismo come soggetto naturale della civilizzazione?

Il sospetto teoretico è che l'autore intenda generalizzabile in qualsiasi ambito e situazione il sistema comunicativo da lui proposto in vista di un'intesa: ciò in modo pulito quasi puro come scambio di segni senza dominio, come si trattasse di uno stadio evoluto di semplice interlocuzione di concetti. Tale idea sembra fare pulizia radicale della fisicità dei soggetti e dei rispettivi gravami identitari: vi è che ogni interlocutore è e rimane in tendenza menzognero e strategico, conforme alla soggettiva e pure inconsapevole difesa. L'opzione habermasiana d'intesa è relativa, funziona solo dopo l'accantonamento di elementi preconcetti e dopo un accurato processo razionale di conoscenza e di trasparenza. Perfino nel rapporto di coppia, di coniugati o di single, si aggira nell'uomo come nella donna la tentazione di essere imprenditore dell'altro, così che ognuno ammette situazioni felici dell'agire comunicativo, come non può negare umane trame latenti nell'interlocutore.

Habermas più che una novità ci offre una replica. Anzi fa passare per agire comunicativo quello che è agire strumentale: addirittura nel lavoro. Sembra infatti così, analizzando il modo discorsivo di lasciar scivolare la categoria "interazione" assieme alla categoria "lavoro", dove interazione indica piuttosto un momento produttivo e lavoro comporta pur sempre un agire teleologico con astrazione di raggio ben più ampio. Il modello dell'agire comunicativo all'interno della produzione fa dileguare la fondamentale divisione marxiana del lavoro e distoglie dalla legge di valorizzazione capitalistica.

A confronto con Christian Marazzi, che osserva la microfisica del soggetto produttore alle prese con varie esigenze di autonomia (Il lavoro autonomo nella cooperazione comunicativa), in Habermas è palese la mancanza di una prassi materialistica vicina alle condizioni della società lavorante. Se le categorie marxiane sono sempre state sottoposte a riesame, ci pare frettoloso, se non ingenuo e imperdonabile, sostenere la tendenza che liquida il rapporto che lega l'individuo al capitale. L'autonomia di cui si parla è la continua lotta nel mondo della concorrenza, che vuol dire conquistare capacità produttiva, riciclare conoscenze, catturare valore materiale, sia che si tratti di lavoro subalterno che di lavoro autonomo. Marazzi svela la "possibilità" che agire strumentale e comunicativo si incontrano: "La cooperazione tra agire strumentale e agire comunicativo, nella misura in cui è in grado di andar oltre il modello strettamente economico-produttivo, diventa una forma possibile di quella cittadinanza di cui abbiamo bisogno per mettere in crisi i limiti inerenti al mondo economico e alle sue leggi". Ma "a condizione però" che si ridefinisca la cooperazione sociale, a sapere cioè come si "possa dar vita a forme di cooperazione alternative all'uso capitalistico della cooperazione sociale".

Al primo professore si riconosce di evidenziare il processo autonomo di sottosistemi come scienza e cultura, avvertire la compenetrazione tra struttura produttiva e coscienza sociale, raccogliere l'intuizione della critica della tecnologia politica e indicare l'avvenire della comunicazione produttiva. Si obietta di ridurre il fare sociale al solo rapporto uomo-natura. Secondo la divisione del lavoro, sempre attuale, il lavoro comporta un rapporto uomo-natura e un rapporto uomo-uomo: è qui che il capitale passa il comando e l'estraniazione a colui che produce. La pressione del lavoro viene vissuta da Habermas come semplice necessità naturale e risolta come pura azione simbolica.

 

 

 

 

 

 

 

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Commento da marco soldini su 2 Marzo 2012 a 13:49

Tiro dentro  nella  discussione il punto 10 segnalato da  Marco della Poiana nel   suo  " Decalogo ... "

Commento da Marco Cagnotti su 16 Febbraio 2012 a 10:55

@Filippo:

Non mi sembra che le critiche a questo contributo vertessero sul suo contenuto, bensì sulla sua forma.

Estraggo una frase a caso:

Il sospetto teoretico è che l'autore intenda generalizzabile in qualsiasi ambito e situazione il sistema comunicativo da lui proposto in vista di un'intesa: ciò in modo pulito quasi puro come scambio di segni senza dominio, come si trattasse di uno stadio evoluto di semplice interlocuzione di concetti.

A questo punto mi chiedo: non era proprio possibile dire la stessa cosa in maniera più scorrevole, più colloquiale?

Terramatta dev'essere comprensibile in maniera immediata. Se, arrivato in fondo a una frase, mi chiedo "Che ha detto?", la voglia di proseguire nella lettura mi scappa.

Se Terramatta non è comprensibile agevolmente, poi non possiamo stupirci se non viene frequentato. Come facciamo ad "aprire gli occhi a tutti" se scriviamo in un modo comprensibile solo per "chi studia filosofia o sociologia"? Come possiamo aspettarci che Terramatta sia letto e diventi oggetto di riflessione per i politici e la gente comune, se impone uno sforzo di comprensione eccessivo?

Sul fatto che poi il sarcasmo sia fuori luogo mi trovo anche d'accordo. Ma il problema della cripticità del testo rimane. E, ricordiamocelo, un testo che non si capisce non viene letto, e un testo che non viene letto non esiste.

I miei due cent.

M.C.

Commento da Filippo Contarini su 16 Febbraio 2012 a 10:33

Ho letto con estremo, ripeto estremo!, interesse i due scritti di Kufahl. Scrivo qua solo perchè c'è già un po' di discussione, nonostante cronologicamente sia più vecchio.

Vorrei biasimare le pernacchie e pure ribadire che si tratta di una complessità necessaria.

Kufahl (che ha tutta la mia stima personale e che qui ringrazio con tanto ritardo) compie uno di quei compiti che nessuno si azzarda a fare nel pubblico in Ticino, eccettuati nel loro piccolo Roic e Quadranti (Marazzi rimane nascosto, purtroppo). Kufahl ci ricorda, quando scrive, che esiste ancora una spiegazione astratta ai fenomeni concreti, o almeno che qualcuno di geniale ha provato a dare spiegazioni generali al reale.

Da persone critiche e libere (che parola vuota, la libertà) non possiamo accettare di scontrarci sempre e solo sul caso individuale, concreto. Dobbiamo riuscire ad aprirci al dibattito! Ed è impossibile farlo senza citare Marx, Habermas, Luhmann. Almeno questi!

Kufahl lo sa, rifiuto gnoseologicamente il marxismo, mi ritengo costruttivista e a differenza di Marazzi ritengo che la comunicazione sia più importante della produzione. Devo ancora leggere tanto, me ne rendo conto, per arrivare a discutere con Kufahl in modo compiuto su queste cose.

Ma, accidenti, ci rendiamo conto che il nostro compito sociale non può che essere quello di aprire gli occhi a tutti e spiegare che queste persone geniali sono esistite e hanno detto cose che cambiano tutta la nostra comprensione del reale?!?!? In tutta la mia formazione (pre)universitaria gli unici che han provato a dare opinioni diverse dalla main-stream sono stati Giancarlo Werner, professore liceale di economia, che ci spiegava Baumann, e Michele Luminati, professore universitario di Storia del Diritto, che ci spiegava Luhmann.

È mai possibile che solo a chi studia filosofia o sociologia viene spiegato che la teoria della società è cambiata, che non siamo più nell''800? E mai possibile che se uno come Kufahl apre la bocca gli si regala sola indifferenza. Terramatta è un piccolo cosmo, ma pensate che i politici si degnino di leggerlo quando scrivono sui giornali? E la gente comune?

Dicono che noi siamo nani di fronte ai giganti di ieri. Non sono d'accordo: loro erano normali, noi siamo normali, solo che oggi c'è il rifiuto collettivo di affacciarsi a idee relativiste, alternative, nuove (nonostante siano degli anni '70...).

Ma per questo sono contro la gigantografia di Marx. Bisogna spiegare ai nostri giovani che c'è così tanto materiale recente per riflettere! C'è altro ragazzi, ma chi ha paura di guardare?

Commento da marco soldini su 18 Gennaio 2012 a 21:26

Siamo davanti a un post che preferisco chiamare complesso, piuttosto che criptico: ci si puô chiedere se si     tratta di una complessità indispensabile  oppure di una complessità inutile. Intuitivamente  son portato a ritenere che  la complessità sia nel tema, nella cosiddetta alta filosofia.

Ma la frase incriminata " Perfino...." non mi sembra difficile ; basta non darla vinta alle virgole : è da intendere così :" Perfino nel rapporto di coppia ( sia essa una coppia fissa o una coppia dove più o meno momentaneamente un single si rapporta con un' altra persona) la comunicazione è più contradditoria di quanto

vorrebbe auspicare Habermas con la sua teoria detta dell' agire comunicativo.Non é agire comunicativo fare" l' imprenditore dell' altro " , cioé prenderlo, sfruttarlo, strumentalizzarlo, mercificarlo, ingannarlo, farne profitto, ecc. ecc : questo  sarebbe agire strumentale.

Commento da Redazione Terramatta su 17 Gennaio 2012 a 7:03

@Antonia Burri:

Se per "altro" si intende un "altro" generico, l'interpretazione ci sta.

Comunque l'autore è informato della pubblicazione di quest'articolo, perciò se vorrà rispondere lo farà personalmente.

In ogni caso ammettiamo che, in effetti, lo stile espressivo è quanto meno criptico.

La redazione

Commento da Antonia Burri su 16 Gennaio 2012 a 18:24

@Redazione:

No: è scritto chiaramente "rapporto di coppia, di coniugati o di single" e "imprenditore dell'altro", non "del resto della società". Non presumete: chiedete all'Autore. Grazie.

Ho il sospetto che Massimo Stirutti, Marco Soldini ed io non siamo gli unici ad aver capito poco (???) dell'intervento di Roberto Kufahl. Colgo l'occasione per invitarlo ad illuminarci. Ri-grazie.

Commento da Redazione Terramatta su 16 Gennaio 2012 a 7:36

@Antonia Burri:

Presumiamo che "rapporto di single" debba intendersi come "rapporto di una persona sentimentalmente single con il resto della società".

La redazione

Commento da Antonia Burri su 14 Gennaio 2012 a 16:12

Accetto il commento-invito della Spett. Redazione se mi spiega il senso del seguente passo: "Perfino nel rapporto di coppia, di coniugati o di single, si aggira nell'uomo come nella donna la tentazione di essere imprenditore dell'altro,“ Rapporto di coppia di single? Un single che si fa imprenditore del proprio alter ego?

Commento da Redazione Terramatta su 9 Gennaio 2012 a 7:30

La redazione condivide l'osservazione di Marco Soldini e invita a prendere sul serio quel che viene detto su Terramatta.

La redazione.

Commento da marco soldini su 7 Gennaio 2012 a 23:44

Non essendo io ( purtroppo ) uno specialista  di filosofia , mi azzardo comunque a dire : l' intervento su  Habermas e su Marazzi è probabilmente adatto a un forum filosofico- sociologico- economico ; per  Terramatta occorrerebbero contributi più didattici e divulgativi .  Vorrei aggiungere che le  pernacchie sono comunque fuori luogo.

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